Come spiegare la morte a un bambino?

Come comportarsi se un bimbo ci pone domande sulla morte? E’ giusto affrontare l’argomento o meglio evitare lasciandolo ancora un po’ nella spensieratezza?

Diciamoci la verità, parlare di morte non piace a nessuno. È una tematica che tutti volentieri evitiamo, anche nei discorsi tra adulti. Figuriamoci con un bambino…

Ma il punto è questo: se un bimbo giunge spontaneamente a porre domande, vuol dire che in qualche modo il problema se l’è posto.

Vuol dire che la possibilità di morte incombente su ogni essere vivente l’ha percepita chiaramente.

Come sarà successo?

Che sia stato un amichetto a parlargliene o qualcosa che ha visto in TV, fatto sta che si è tristemente accorto che si muore.

A volte basta un innocente cartone animato affinché un bimbo di appena 3 anni si ponga il problema: quale bimbo non si è ad esempio chiesto dove fosse finita la mamma del pesciolino Nemo dopo appena 5 minuti dall’inizio del film?

Ebbene, qualora un bimbo ci manifesti la spontanea necessità di confronto su questa sua triste scoperta, il discorso va assolutamente affrontato e nel modo giusto.

E’ giusto affrontare il discorso sulla “morte” coi bambini?

Mentire al bambino con frasi istintive del tipo: “Ma non preoccuparti, si muore quando si diventa vecchietti, ci vuole tempo! Non ci pensare!” non è a mio parere il modo giusto di affrontare la cosa.

Perché non è vero che si muore solo quando si è anziani e tale modo di evadere l’argomento può essere un’arma a doppio taglio molto pericolosa.

Se infatti il compito di ogni buon genitore è rendere il proprio figlio autonomo e pronto ad affrontare il mondo quando mamma e papà non ci saranno più, con bugie di questo tipo non stiamo di certo forgiando la fragile psiche del piccolo ad affrontare un’eventuale perdita.

Diciamola senza mezzi termini: se il bimbo dovesse malauguratamente trovarsi un giorno ad affrontare la perdita prematura di un proprio caro, si troverà pericolosamente spiazzato in quanto era convinto che la morte arrivasse solo “da vecchietti” e dal punto di vista psicologico il tutto potrebbe essere catastrofico.

Perché vi chiedete?

Perché l’unico elemento “rassicurante” che siamo stati in grado di fornirgli era una bugia (ovvero che “si muore solo da anziani”).

E quando il bimbo mette tragicamente a fuoco la bugia, si trova di colpo catapultato in un inferno senza nessuna àncora di salvezza.

Senza nessun pensiero rassicurante cui aggrapparsi.

È come lasciarlo in mare aperto senza salvagente.

La religione è l’unica soluzione?

È assolutamente necessario offrigli un’idea di morte che sia il più possibile rassicurante e che lo aiuti a lenire questa sua nuova ansia.

Sembra difficile vero? Sembra un’impresa impossibile rassicurare un bimbo su questo tema.

Eppure sono millenni che l’Uomo ci riesce benissimo. Dagli albori della storia tutti i popoli del pianeta hanno creato, ognuno a suo modo, la propria “idea rassicurante” che li ha aiutati a spiegare ai propri figli cos’è la morte.

Tale idea rassicurante si chiama religione: paradiso, campi elisi, reincarnazione buddista, sono di certo tutte idee molto più rassicuranti per un bambino.

Dirgli inoltre che un giorno si riabbracceranno le persone scomparse è di certo l’UNICO modo che realmente può aiutarli a vivere con meno angoscia l’idea di morte.

Cosa consiglio agli atei o agnostici?

Mi è capitato di veder genitori atei che pur di sentirsi coerenti con le proprie idee si lanciavano coi propri bimbi in poetiche spiegazioni su come dopo la morte “si ritorni nella natura in forma diversa”, diventando magari alberi, mare, terra, fiori.

Poetico e suggestivo… ma purtroppo tutto ciò coi bambini non attacca.

Il bambino è ancora troppo debole d’animo ed bisogno di sapere che “lui continuerà ad esser lui” anche dopo la morte. E per la fragilità della sua psiche ha inoltre bisogno di pensare che anche i suoi cari continueranno ad esserci dopo la morte e che un giorno magari li riabbraccerà.

È un bisogno. Tutto qui.

Che sia giusto o sbagliato dal punto di vista di un ateo… è semplicemente un bisogno del bimbo.

E in quest’articolo non intendo esprimere alcun giudizio sulle legittime posizioni teoretico-filosofiche di ognuno di noi.

Il mio intento è solo focalizzare l’attenzione su un BISOGNO del bambino: il bisogno di Dio.

A questo punto dunque non posso che appellarmi al buon senso di tutti gli atei che stanno leggendo questo articolo ed invitarli ad anteporre il benessere del proprio bambino al bisogno personale di sentirsi coerenti e fedeli alla propria filosofia.

Mi spiego meglio…

Io sono estremamente convinto che le concezioni filosofiche che prescindono da Dio (ateismo, agnosticismo), per quanto possano essere più che legittime, non dovrebbero in alcun modo coinvolgere i bambini.

È come se a 3 anni volessimo mandarli all’università anziché all’asilo: non sono ancora pronti ad assorbire quel tipo di interpretazioni della realtà!

La religione è per loro un bisogno, un sostegno e non possiamo privarli!

Magari quando saranno grandi giungeranno su posizioni atee, agnostiche o sull’affascinante posizione immanentista di Albert Einstein che vi racconto tra poco.

Chissà.

Ma non ora.

Adesso hanno assolutamente bisogno di credere.

E se li aiutate un pochino mostrandovi anche voi credenti non sarete di certo un giorno da loro additati come “incoerenti”: da adulti capiranno che vi eravate semplicemente chinati verso di lui bambino per andar incontro a un bisogno essenziale: quello di credere che tutto ciò che vede davanti ai suoi occhi non finirà mai e che dopo la morte sarà solo vissuto in forma diversa.

Lungi da me dunque prolungarmi in discussioni su cosa sia giusto e sbagliato credere (non faccio il filosofo né il sacerdote) e volendo con questo articolo lasciarvi solo qualcosa di utile al benessere dei bambini, ciò che mi sento di dire è che la visione mistica/trascendentale dell’universo (propria di ogni religione) dovrebbe essere la “modalità di partenza” (di default) per ogni individuo appena nato.

L’ateismo è una possibile fase successiva cui un individuo potrà o meno giungere… ma qualora vi approdi, dovrà esservi giunto spontaneamente e non perché “indottrinato” da bambino.

I bambini hanno bisogno di credere in Dio?

Si. Io credo proprio di si.

In qualunque forma vogliate regalargli il concetto di Dio (che sia quello cristiano, islamico, buddista, induista o una vostra personale e peculiare interpretazione…) ogni bambino merita una spensierata infanzia che venga vissuta nella speranza di Dio.

Poi un giorno avrà tempo per fare (o non fare) le sue riflessioni.

I bimbi hanno bisogno di sapere che Dio esiste, cosi come hanno bisogno di calcio per far crescere sane le ossa.

Quindi, cari mamma e papà, anche se non siete credenti, lasciate per favore che i vostri figli credano nella vita dopo la morte!

La vita ultraterrena descritta dalle religioni è l’unico modo che davvero può riuscire a rasserenarli quando cominceranno a porsi domande o qualora dovessero vivere un’esperienza di perdita.

A scrivere questo articolo è una persona che è stata cristiana fino all’adolescenza, presuntuosamente atea dai 14 ai 20 anni circa, agnostica dopo i 20 anni e che oggi dichiara che escludere con sicurezza il concetto e l’esistenza di Dio è presunzione: noi possiamo analizzare la realtà materiale in modo scientifico partendo dall’atomo e finendo alle galassie.

Ma alcuna Scienza potrà mai comprendere il senso di tutto ciò, perchè esiste, da dove è venuto fuori.

E qualsiasi studioso si sia addentrato nei meandri più profondi dell’infinitamente piccolo o grande, non ha fatto altro alla fine che ritrovarsi a descrivere con un linguaggio diverso (il linguaggio fisico-matematico) concetti tipici della narrazione religiosa.

L’otto orizzontale che in “lingua matematica” esprime il concetto di infinito, sta esprimendo in pratica il concetto di Dio.

E in ció mi consola sapere che una persona di scienza del calibro di Albert Einstein abbia rifiutato l’ateismo a favore di una visione immanentista di Dio come traspare da queste sue parole:

«Fu l’esperienza del mistero – seppure mista alla paura – che generò la religione. Sapere dell’esistenza di qualcosa che non possiamo penetrare, sapere della manifestazione della ragione più profonda e della più radiosa bellezza, accessibili alla nostra ragione solo nelle loro forme più elementari – questo sapere e questa emozione costituiscono la vera attitudine religiosa; in questo senso, e solo in questo, sono un uomo profondamente religioso. Non posso concepire un Dio che premia e punisce le sue creature, o che possiede una volontà del tipo che noi riconosciamo in noi stessi.”

E ancora sugli atei fanatici:

«Gli atei fanatici sono come schiavi che ancora sentono il peso delle catene dalle quali si sono liberati dopo una lunga lotta. Sono creature che – nel loro rancore contro le religioni tradizionali come “oppio delle masse” – non possono sentire la musica delle sfere.»

E tornando allo scopo di quest’articolo, per quanto riguarda le “paure di anime deboli” (come i bambini) anche Einstein era riteneva la religione una valente soluzione:

“Un individuo che sopravvivesse alla propria morte fisica è totalmente lontano dalla mia comprensione, né vorrei che fosse altrimenti; tali nozioni valgono per le paure o per l’assurdo egoismo di anime deboli. A me basta il mistero dell’eternità della vita e la vaga idea della meravigliosa struttura della realtà, insieme allo sforzo individuale per comprendere un frammento, anche il più piccino, della Ragione che si manifesta nella Natura.»

L’anima debole dei bambini è ovviamente alimentata dalla paura (e non dall’egoismo citato di Einstein).

Ma è comunque un’anima debole e il racconto della vita dopo la morte è necessario.

Se poi da adulto riuscirà a sviluppare uno spirito forte e una narrazione interiore simile a quella di Einstein (e di molte altre persone), allora sarà divenuto autonomamente capace di trovare le sue rassicurazioni.

Ma non da bambino. Da bambino ha bisogno di Dio.

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